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Opinioni

Né "galera" né "goliardia": riflessioni su un episodio da non confondere con bullismo

Vorrei condividere alcune riflessioni sull’episodio della classe sospesa per aver maltrattato una professoressa durante un’ora di lezione, fatto avvenuto ad Alessandria e discusso con fervore in tutta Italia
OPINIONI - Di fronte a episodi di questo tipo bisogna fermarsi a pensare. Che cosa é successo, come, perché, e quali sono gli interventi più efficaci per aiutare tutte le persone coinvolte a migliorare il modo di stare nel gruppo sociale e nelle istituzioni come la scuola. Vorrei offrire di seguito alcuni spunti di riflessione, sottolineando che l’incongruenza delle diverse versioni riportate dai media e dagli intervistati permettono solo ipotesi e generalizzazioni, che ritengo comunque utili per approfondire la dinamica di episodi simili.

Il punto di partenza è la parola “bullismo”, che si riferisce a un comportamento sociale intenzionalmente violento a livello fisico e/o psicologico, esercitato da parte di un individuo o un gruppo nei confronti di una persona o un gruppo ritenuto più debole, attraverso atti ripetuti nel tempo.
Questo è il primo punto cruciale: dalle dichiarazioni del preside sembrerebbe che gli studenti non avessero dato problemi di comportamento fino a quel momento, dunque se si tratta del primo e unico episodio violento è scorretto parlare di bullismo. Resta un atto violento grave e discriminatorio che richiede provvedimenti immediati per aiutare i ragazzi a prendere consapevolezza delle dinamiche di gruppo, ma non ci sono elementi per parlare di bullismo. Utilizzare questa parola per ogni atto aggressivo sarebbe un grave errore che porterebbe a sminuire gli atteggiamenti persecutori in gioco nel bullismo “vero”, perciò credo sia importante scegliere con attenzione le parole, anche se é comprensibile una certa facilità all’uso, per tendenza a semplificare e per moda da boom mediatico.

Rispetto a cosa sia successo, le diverse versioni dei fatti non consentono di avere una risposta certa: alcune notizie parlano di scotch usato per legare la prof alla sedia, in altre versioni si parla di scotch per bloccare la borsa alla cattedra, in altre ancora lo scotch sarebbe stato messo dentro la borsa. Alcuni studenti pare abbiano filmato la scena con i telefonini ma negano di aver condiviso i video sui social network, fatto che dovrà essere accertato dalla polizia postale. Ciò che tutti i coinvolti per ora confermano è che da un esercizio alla lavagna la situazione sarebbe degenerata in derisioni offensive verso la prof supplente, e in spostamenti della cattedra con l’obiettivo di creare problemi alla docente che ha difficoltà a deambulare. L’interruzione è arrivata dall’esterno grazie all’intervento di uno studente maggiorenne che, scoprendo quanto stava avvenendo, ha avvertito il personale ausiliario dell’istituto.

In mancanza degli elementi necessari per un’analisi dettagliata dell’episodio, sono comunque evidenti alcune dinamiche di gruppo disfunzionali che hanno coinvolto l’intera classe. Le azioni degli studenti hanno giocato proprio sugli aspetti motori di fronte a una prof con difficoltà motorie, con spostamenti di cattedra e impiego dello scotch che, in qualunque delle versioni fornite, richiede uno sforzo fisico per liberarsi e mettersi in moto. Si tratta dunque di un grave atto di discriminazione verso una persona con disabilità fisica. Le azioni sembrerebbero precedute da parole offensive, che dunque non rispettano il ruolo della professoressa nel contesto scolastico, innescando atteggiamenti provocatori che rischiano di degenerare se non trovano un forte contenimento. Chi riprende con i telefonini, anche qualora non posti i contenuti sui social network, compie un atto grave poiché si rende complice silenzioso di quanto accade, e nell’atto di filmare non può chiedersi come si sente di fronte a quella scena: lo schermo non lascia spazio al contatto con se stessi e all’empatia.

Perché è servito un intervento dall’esterno per fermare l’aggressione? È importante considerare che, di fronte a situazioni a rischio, spesso nei contesti di gruppo (non solo quelli adolescenziali) entrano in gioco fenomeni sociopsicologici che inducono a uniformarsi al gruppo e a inibire le iniziative personali. Quando sono presenti altre persone può crearsi un “effetto spettatore”, che porta l’individuo a non agire in prima persona nel momento in cui potrebbe farlo qualcun altro; di fronte a un gruppo che agisce mosso da una intensa energia é difficile farsi pionieri di una voce controcorrente, soprattutto se, come in questo caso, si tratta di “un gruppo classe contro la prof. Un tema di lavoro potrebbe proprio essere la capacità di rimanere se stessi anche in presenza degli altri: imparando a restare in contatto con il proprio sentire diventa possibile collegare più facilmente emozioni, pensieri e azioni, ed è questa integrità personale che può portare nel gruppo eccessivamente attivato una funzione pensante capace di dare un limite.

A posteriori, di fronte alle indagini del preside per individuare i colpevoli, i ragazzi si sono “coperti”, in un clima di diffusione di responsabilità. Trovo dunque coerente la scelta di punire tutta la classe, poiché tutti hanno contribuito all’aggressione, chi con le azioni, chi con i video, chi con le risate, chi con il silenzio. Qui si apre una questione assai delicata: è stata data una punizione giusta o troppo leggera? Basta svuotare i cestini all’intervallo per dimostrare di aver capito la lezione e non farlo mai più? Detto così, proprio no. Ma la classe ha scritto una lettera di scuse alla prof e al preside, in cui tutti gli studenti hanno firmato la dichiarazione di voler rimediare. Credo che questo sia esattamente il punto di partenza, perché la questione non si é affatto chiusa. A livello educativo é fondamentale dare ai ragazzi la possibilità di rimediare, per maturare le competenze sociali che hanno (per fortuna) riconosciuto come carenti. Rispetto a come avverrà tale rimedio, confido nella sensibilità della scuola, già attiva sul tema di prevenzione del bullismo, di offrire alla classe percorsi di crescita sulle competenze emotive e sociali, dando così la possibilità di dimostrare nel tempo un livello di maturazione che nessuna punizione di per sé é capace di garantire. Intanto è lodevole che la scuola abbia pubblicamente riconosciuto e premiato il gesto del ragazzo che ha segnalato quanto stava avvenendo, consentendo al personale scolastico di intervenire.

Ciò che però risulta totalmente fuori luogo per questa vicenda é la reazione degli adulti che hanno minimizzato l’episodio come se fosse una semplice bravata da 14enni, o che sostengono che la questione possa chiudersi con il mese di lavori utili per la scuola senza che serva altro. Non si è trattato di una semplice presa in giro, ma di un’aggressione discriminatoria nei confronti di una prof, che ha visto la partecipazione di tutta la classe e che non ha potuto essere gestita all'interno dell'aula. Come adulti, abbiamo il compito di educare i ragazzi a riconoscere gli atteggiamenti dannosi per il bene comune e irrispettosi dei ruoli e delle regole richieste dal contesto. Il primo passo di questo apprendimento parte dal poter dire che é successo qualcosa di grave, che deve e può essere rimediato, con adeguati percorsi di maturazione. Le opinioni del web che ritengono necessaria “la galera” e le posizioni che minimizzano parlando di “goliardia” hanno paradossalmente qualcosa in comune: sembrano non riconoscere che di fronte a un evidente sbaglio come questo non conta tanto la punizione e la discussione sulla sua pesantezza o leggerezza, quanto il percorso di cambiamento da sostenere nel breve, medio e lungo termine, per aiutare i ragazzi a diventare più consapevoli e competenti dal punto di vista sociale ed emotivo.
30/03/2018
Sara Bosatra - psicologa - redazione@alessandrianews.it
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