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Scuola

Missione compiti!

I bambini e i ragazzi tendono a far slittare il ‘tempo dei compiti’  preferendo altre attività come quelle ludiche o sportive. I genitori, spesso  le madri, si dividono tra chi vorrebbe seguire i figli in questa attività svolgendo al tempo stesso il ruolo di supervisore, tutor, consigliere e motivatore, e chi invece non vorrebbe proprio occuparsene, chiedendo ai figli un’autonomia di gestione e di organizzazione che non possono avere
SCUOLA - Ogni volta che ricomincia la scuola lo svolgimento dei compiti pomeridiani può essere vissuto dai genitori come un momento di confronto difficile con i propri figli in cui si prova inadeguatezza, frustrazione, nervosismo sino a giungere a un contrasto che può arrivare a ledere la serenità familiare. I bambini e i ragazzi tendono a far slittare il ‘tempo dei compiti’  preferendo altre attività come quelle ludiche o sportive. I genitori, spesso  le madri, si dividono tra chi vorrebbe seguire i figli in questa attività svolgendo al tempo stesso il ruolo di supervisore, tutor, consigliere e motivatore, e chi invece non vorrebbe proprio occuparsene, chiedendo ai figli un’autonomia di gestione e di organizzazione che non possono avere. Cosa è possibile e cosa è meglio fare?

Molti genitori esprimono dubbi e talvolta un atteggiamento critico nei confronti della necessità e dell’utilità dei compiti a casa, dopo tante ore passate a scuola. Come sottolinea Daffi nel suo libro “Missione compiti”(2009), “ i compiti rappresentano l’opportunità di avere lo spazio e il tempo per “digerire” ciò che l’insegnante ha servito in tavola durante la lezione in classe”. I compiti a casa sono da vedere come un’attività di integrazione del lavoro svolto a scuola, per permettere all’alunno di verificare quanto ha assimilato e compreso della spiegazione dell’insegnante, ma anche di provare ad elaborare personalmente quanto sentito e sperimentato in classe, attività senza la quale il processo di apprendimento non si completa. Obiettivi secondari sono quelli di aumentare la fiducia del bambino e del ragazzo nelle proprie capacità e il proprio senso di competenza, favorire l’accrescimento dell’autodisciplina, attraverso la necessità di imparare a seguire un ordine, definire priorità, organizzarsi nella giornata e nella settimana. Anche la necessità di gestire alcuni atteggiamenti, rimandare i propri desideri e sopportare alcune fatiche aumentano l’autonomia e favoriscono la crescita dei figli. Ulteriore obiettivo secondario è il coinvolgimento diretto dell’adulto nel percorso scolastico e di crescita personale del figlio. La strutturazione dei compiti, il modo e l’ordine in cui sono assegnati, gli argomenti trattati favoriscono nel genitore la consapevolezza del percorso didattico e dello stile e del metodo di insegnamento adottato, oltre a permettere al genitore di verificare concretamente le capacità e le difficoltà scolastiche del figlio.

E’ importante che il genitore affianchi i figli in questa attività non come arbitro o spettatore, ma come “allenatore”, non deve sostituirsi ai figli nello svolgimento dei compiti, ma deve sapere quali compiti sono stati assegnati e riconoscerne l’importanza, ponendosi come risorsa disponibile e con un atteggiamento sereno e attivo, che inevitabilmente si trasmette ai figli.

  • Deve aiutare il bambino ad individuare un ambiente adeguato dove svolgere i compiti e ad organizzare il materiale necessario (diario, quaderni, penne…)

  • Deve guidare il bambino/ragazzo in una pianificazione dello studio, che il bambino per molto tempo non sarà in grado di fare da solo, che tenga conto di tempi e impegni e che preveda un tempo minimo e massimo da passare sui compiti.

  • Prevedere l’alternanza tra attività semplici e complesse e l’eventualità di dover incrementare i compiti assegnati con altri esercizi, là dove necessario.

  • Verificare sempre i compiti svolti e la preparazione anche quando il figlio è già in possesso di una certa autonomia esecutiva.

  • Favorire progressivamente una motivazione nel bambino e soprattutto nel ragazzo più grande, che non si basi solo su fattori esterni, come la paura di far figuracce, prendere brutti voti, incappare in punizioni dei genitori o dell’insegnante, o in positivo assicurarsi la stima di genitori, insegnanti e compagni o vincere un confronto competitivo, ma che sia una motivazione più profonda alla conoscenza e alla scoperta di cose nuove.

Voglio concludere questo articolo ricordando ai genitori la metafora dell’allenatore: un atleta ha bisogno di qualcuno che lo accompagni nel suo allenamento, guidandolo nello svolgimento e sostenendolo nelle difficoltà e nella fatica, ma che tuttavia non può sostituirsi a lui nel momento della gara…

Dott.ssa Lorena Boscaro
Psicologa, Psicoterapeuta
Studio FisicALmente, Alessandria
lorena.boscaro@virgilio.it
fisicalmente@gmail.com

10/10/2018
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