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Opinioni

Le frontiere e l’Europa unita

Appare interessante la prospettiva di affidare il potere di controllo delle frontiere a un’autorità comune, che governi i flussi interni e soprattutto esterni al territorio europeo in modo coerente, adottando una condotta più inclusiva o più esclusiva a seconda delle necessità, delle emergenze e delle circostanze storiche
OPINIONI - Il concetto di frontiera è un’eccellente chiave di lettura per interpretare crisi e potenzialità dell’Europa contemporanea. Il tema è per definizione al centro del progetto di integrazione europea avviato dopo la seconda guerra mondiale. La volontà di evitare nuovi conflitti fra Stati nazionali, il cui possibile ricorso all’arma nucleare avrebbe comportato il rischio di annientare il genere umano, si tradusse nell’attuazione del principio di libera circolazione in campo economico. Nel mercato comune europeo creato nella seconda metà del Novecento trovava espressione il desiderio di abbattere i confini materiali e simbolici che impedivano alle economie dei paesi membri di assecondare l’intrinseca tendenza all’interconnessione.

Al libero movimento di beni, capitali, servizi e lavoratori attraverso le frontiere interne, per effetto dell’abolizione progressiva di dazi e restrizioni, corrispondeva tuttavia il mantenimento di una tariffa doganale a carico dei prodotti extracomunitari. Al netto di eventuali accordi commerciali con i vari partner, siglati nel corso tempo, l’impianto prescelto evidenziava oltre ogni dubbio la distinzione fra il superamento dei confini economici interni e il rafforzamento di quelli esterni. Nel contempo, il buon funzionamento del mercato – tanto marcato da attrarre verso le comunità un numero crescente di aderenti – suggerì di estendere la libertà di circolazione inizialmente riconosciuta solo a coloro che si spostavano per ragioni di lavoro. Una serie di nuove disposizioni, fra cui gli accordi di Schengen, conferirono il diritto di varcare liberamente le frontiere interne alle persone in quanto tali, in nome di una cittadinanza sovranazionale di cui esse godevano in quanto cittadini degli Stati membri della nuova Unione europea.

Questa tendenza espansiva dell’esperienza integrativa, ulteriormente accelerata dalla spinta proveniente dal processo di globalizzazione, si è bruscamente arrestata agli albori del XXI secolo, nella misura in cui le stesse dinamiche globali hanno mostrato il proprio carattere ambivalente. L’attacco sferrato dal terrorismo jihadista a partire dal 2001, l’esplosione della crisi economico-finanziaria nel 2007-2008 e l’impennata dei flussi migratori nell’ultimo triennio hanno sollevato polemiche e timori circa la gestione delle frontiere interne ed esterne, incrinando la fiducia che aveva in precedenza ispirato la geografia politico-economica di un’Europa fermamente intenzionata ad accentuare l’interdipendenza fra le sue parti.

La situazione di incertezza così generata apre oggi le porte ai più diversi sviluppi, compresa l’ipotesi di una rinnovata consacrazione “sovranista” dei confini nazionali, tanto invocata da alcuni movimenti politici e d’opinione, quanto sconsigliata dal ricordo delle autentiche tragedie provocate da quel modello di organizzazione del sistema internazionale. All’estremo opposto, non è difficile cogliere un tratto utopico nell’idea di inseguire il sogno kantiano della cosmopolis universale, sia perché il dibattito attualmente in corso sembra premiare altre sensibilità, sia perché riconoscere a ciascun individuo del mondo un diritto di ospitalità assoluto e illimitato renderebbe pressoché impossibile tracciare i contorni stessi dell’Europa come soggetto politico-culturale autonomo.

Più interessante pare invece la prospettiva di affidare il potere di controllo delle frontiere a un’autorità comune, che governi i flussi interni e soprattutto esterni al territorio europeo in modo coerente, adottando una condotta più inclusiva o più esclusiva a seconda delle necessità, delle emergenze e delle circostanze storiche. Affinché ciò avvenga in forme democraticamente sostenibili, tuttavia, tale facoltà di intervento e regolazione dovrebbe essere attribuita non all’ennesima istituzione tecnocratica, ma a un esecutivo investito di competenze essenziali – da quelle economico-monetarie a quelle militari – e come tale responsabile di fronte a un organo parlamentare eletto in seguito a una vera competizione fra programmi alternativi. Anche il problema delle frontiere, dunque, segnala l’esigenza di una riforma istituzionale dell’Ue, o quanto meno della sua componente più consapevole che nessun risultato sostanziale può essere raggiunto prolungando lo stallo a cui l’Europa si è autocondannata da troppo tempo.
19/09/2017
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