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Opinioni

Curarsi con i libri

Che leggere faccia bene alla salute è un dato di fatto: aumenta conoscenza e competenze, aumentando la sicurezza in noi stessi; rafforza l’immaginazione; mantiene in esercizio il nostro cervello favorendone funzionalità e plasticità, quindi maggiore capacità di adattamento alle situazioni e criticità quotidiane. Leggere può curare?
OPINIONI - Che leggere faccia bene alla salute è un dato di fatto: aumenta conoscenza e competenze, sollecitando così, o aumentando, la sicurezza in noi stessi; rafforza l’immaginazione, che in fondo funziona come un muscolo e ha bisogno di essere allenata; mantiene in esercizio il nostro cervello favorendone funzionalità e plasticità, quindi maggiore capacità di adattamento alle situazioni e criticità quotidiane. Ancora, favorisce una presa di contatto “a distanza” con le nostre emozioni, anche le più disturbanti, in una situazione, quella di noi e il nostro libro in mano, che ci concede tempo e spazio adeguati per prendere confidenza con nuovi aspetti di noi. Non è un caso se già da qualche anno in Inghilterra hanno addirittura pensato di prescrivere libri nella cura dei casi di depressione, dando corpo a quella che possiamo chiamare “Biblioterapia”, ossia la cura di certi disturbi dell’esistenza con la somministrazione di opere di narrativa. Il principio di fondo che ne regola il funzionamento è omeopatico – ci racconta lo scrittore e bibliotecario Fabio Stassi, secondo cui i libri funzionerebbero come un vaccino: “inoculi una piccola dose di virus per immunizzarti dalla malattia […] ti può far venire la febbre, all’inizio stai peggio, ma poi guarisci”.

I romanzi hanno il potere di trasportarci in un’altra esistenza e farci guardare il mondo da punto di vista diverso, nuovo: immergendoci in una storia, viviamo quello che il personaggio sente e vive lui stesso, impariamo ciò che impara lui. Concentrandoci su una storia riusciamo a spingere il dolore in un angolo dove non sembra poi più così importante e dove assume nuove connotazioni, come se sapessimo guardarlo in modo più distaccato e obiettivo, meno gravoso. Tutti i romanzi, nessuno escluso, alla fine sanno offrire questo temporaneo sollievo dai sintomi, anche solo grazie al potere di distrarre e trasportare, aspetti peculiari della letteratura. Ma non è necessario arrivare a soffrire di patologie mentali gravi per poter godere dei benefici di una buona lettura. Nei libri c’è un mondo dove si può entrare e concentrarsi su qualcosa di diverso dai propri problemi quotidiani e dove si incontrano in modo protetto temi sui quali di solito si tende a sorvolare, come la vecchiaia, la malattia, la morte. La lettura aiuta a guardare la realtà con maggiore consapevolezza e da diverse prospettive, due strumenti ottimali per migliorare se stessi: consapevolezza dei vari lati della nostra personalità e capacità di guardarsi dentro e guardare oltre da punti di vista alternativi cui altrimenti non avremmo avuto accesso. E, visto dalla parte di chi a un romanzo sa dare corpo, “scrivere significa riuscire a sentire le cose con più forza degli altri e trasmetterle di conseguenza”, ci insegna J. Dicker, aggiungendo che lo scrittore permette al lettore di vedere ciò che a volte non può o non riesce a vedere. Ma può farlo solo se sa non limitarsi a se stesso, esplorando tutte le storie cui può accedere, parlando di tutto ciò che lo tocca, con il dovere di renderlo fruibile ad ogni lettore che voglia con lui fare lo stesso viaggio, ma con un bagaglio differente.

“Versiamo la malattia nei libri e ne emergiamo con una pelle nuova” (D.H. Lawrence)
7/02/2017
Daria Ubaldeschi - redazione@ilnovese.info
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