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Opinioni

Vuoti a rendere

Le città sono piene di edifici “ingombranti” per le municipalità, spesso prive dei fondi necessari per il loro recupero, ma anche per gli operatori privati, sempre più restii all’investimento.Spesso le uniche iniziative che hanno dato una risposta concreta all’urgenza di ridare nuova vita a questi spazi sono le pratiche auto-organizzate e spontanee di riuso del patrimonio urbano...
OPINIONI - I profondi mutamenti nell’organizzazione sociale ed economica del nostro paese hanno comportato l’abbandono di complessi architettonici anche di notevoli dimensioni all’interno delle nostre città, dalle ex aree industriali alle caserme militari, ma anche spazi più ridotti, frammenti nel tessuto urbano abbandonati e dimenticati.
Queste realtà sono testimonianza di un trascorso vitale, portatrici di storie che intrecciano vicende politiche, economiche e culturali, e per questo in diversi casi rappresentano un patrimonio prezioso per la comunità.
Nonostante ciò sono luoghi che rivendicano una nuova identità sovente distante da quella originaria, “spesso contesi e stretti tra la complessità dei processi decisionali delle amministrazioni pubbliche, la rigidità degli strumenti urbanistici e le attese speculative del mercato”.
Si tratta di edifici “ingombranti” per le municipalità, spesso prive dei fondi necessari per il loro recupero, ma anche per gli operatori privati, sempre più restii all’investimento in un mercato oramai saturo di offerta immobiliare.
Spesso le uniche iniziative che hanno dato una risposta concreta all’urgenza di ridare nuova vita a questi spazi sono le pratiche auto-organizzate e spontanee di riuso del patrimonio urbano, “per cui uno spazio aperto, un edificio, anche solo un tetto, possono funzionare da catalizzatori di interessi, aspirazioni, progetti, contribuendo ad aggregare comunità eterogenee di nuovi utilizzatori, di cittadini”.
In Italia, da diversi anni, operano alcune realtà che si occupano della mappatura di best practices di riuso temporaneo e cura condivisa degli spazi dismessi (“Temporiuso” a Milano, “Re-use” a Torino). Il panorama che ne scaturisce è variegato e complesso, ma soprattutto costituisce uno spunto interessante per continuare su questa strada. Il riuso temporaneo, infatti, probabilmente non offre una risposta definitiva ma, da una parte, contribuisce a rallentare il deterioramento di queste strutture aprendole nuovamente alla collettività, e dall’altra alimenta la nascita di realtà collaborative in grado di apportare una spinta creativa nello sviluppo della città.
Nascono così spazi per co-working, case del quartiere, orti urbani, sartorie sociali, residenze temporanee, collettivi artistici, spazi espositivi, incubatori di imprese.
Le realtà di questo tipo in Italia si stanno diffondendo rapidamente.

Nell’agosto 2012 è stata concessa dalla Provincia di Ferrara all’Associazione non profit “Grisù”, in comodato d’uso gratuito per un tempo determinato, un’ex-Caserma dei Vigili del Fuoco, poi trasformata in spazio per creativi. Nasce così la prima factory della cultura dell’Emilia-Romagna, (nella foto in alto a sinistra e in quella accanto) “uno spazio che intende contribuire al processo di crescita del territorio attraverso lo sviluppo dell’imprenditoria culturale e creativa: 4.000 mq da recuperare e trasformare per dare una nuova identità allo spazio e offrire a giovani imprenditori e professionisti creativi un ambiente favorevole e stimolante alla crescita di progetti, idee e collaborazioni”.

Il “Caffè Basaglia” a Torino
 (nella foto a sinistra) è un esempio di riqualificazione di un’area ex industriale il cui edificio era originariamente la sede degli studi cinematografici Pastrone, mentre oggi è un locale, un bar e un ristorante dove lavorano una ventina di pazienti colpiti da malattie psichiatriche e quasi cinquanta volontari, guidati da due barman e due cuochi professionisti.
Non solo cucina al Caffè Basaglia: il locale è un vero e proprio centro culturale, dove scambiarsi idee e partecipare ad incontri, concerti, presentazioni di libri, mostre e molto altro.
Se in Italia tali esempi sono recenti, nel resto del mondo assistiamo da tempo a buone pratiche per il riuso degli spazi abbandonati.

A Berlino “Kulturbrauerei”
 (nella foto a destra) è un’ex fabbrica di birra, localizzata a nord di Alexander Platz, che diventò famosa sotto il nome Schultheiss-Patzenhofer-Braurei come il più grande birrificio del mondo. Dismessa nel 1967, oggi rappresenta un punto di riferimento nelle politiche di riuso degli spazi ex industriali in Europa: l'ex birreria mette a disposizione spazi per concerti e per festival di vario genere, e offre rassegne teatrali, incontri sulla letteratura e sulla cultura, dibattiti politici e sociali; lo spazio, inoltre, contiene cinema, negozi, ristoranti, studi e uffici.

“Kaapeli” (Cable Factory)
, (nelle foto in basso) ex-fabbrica di cavi elettrici e telefonici a Helsinki, a partire dagli anni ‘80 fu occupata da artisti in cerca di nuovi spazi in cui esprimersi. Nel 1987 la Municipalità di Helsinki e la Nokia concordarono un affitto provvisorio per gli artisti e definirono un grande progetto di abbattimento e costruzione di scuole, hotel, musei e parcheggi. Gli occupanti della “Kaapeli” allora fondarono un’associazione, la “Pro Kaapeli”, ed elaborarono un progetto alternativo per salvare gli edifici e le attività culturali che in quegli anni stavano caratterizzando il complesso. La “Pro Kaapeli” ha coinvolto sempre più persone attorno alla sua proposta usando anche i media sia a livello locale che nazionale fino a ottenere il risultato atteso: nel 1991 la gestione dell’edificio è stata assunta dalla città di Helsinki, che ha avviato il percorso di riconversione della “Cable Factory” nel più grande centro culturale multifunzionale d’Europa.

A Cleveland il “Galleria at Erieview”, (nella foto accanto) un centro commerciale, aperto nel 1978, ha visto gran parte dei suoi negozi chiudere nel giro di poco tempo. Di qui la soluzione di trasformarlo in orto coperto. L’edificio ha, infatti, una particolarità: un soffitto trasparente a volta che, da icona del lusso, diventa ora il presupposto della trasformazione. Il gigantesco orto si chiamerà “Gardens Under Glass”, e la riconversione orticola del centro commerciale ha ottenuto un finanziamento di 30.000 dollari dal “Civic Innovation Lab”.

La nostra città non è priva di ampi edifici dismessi che faticano a trovare una rinnovata destinazione d’uso: si pensi all'annoso dibattito sull'occupazione della Cittadella, dell'Ex Caserma Valfrè e dell'Ex Ospedale Militare, le grandi strutture difensive alessandrine inutilizzate da tempo. Date le loro dimensioni, esse costituiscono delle vere e proprie “città nella città”, e pertanto crediamo occorra ridare loro vita inserendo un mix di funzioni, in modo da assicurarne una frequentazione continuativa. Un utilizzo eterogeneo di tali complessi suggerisce anche una loro riqualificazione “per comparti”: piuttosto che interamente, potrebbero esserne riutilizzate piccole porzioni, anche attraverso accordi di concessione temporanea tra la proprietà e gli occupanti. Questi potrebbero inoltre essere incentivati, attraverso uno sconto al canone di locazione o con contratti di comodato d’uso, ad investire nella manutenzione di tali spazi, in modo che possano farsi avanti, oltre che i privati, anche piccoli investitori o gruppi associazionistici catalizzatori di risorse umane ricche di creatività ed intraprendenza.
Il tutto sotto il controllo attento della Sovrintendenza e degli uffici tecnici comunali, che vigilino sugli interventi manutentivi in modo che non stravolgano il carattere storico degli edifici.
Ciò servirebbe a ridare progressivamente vita a zone della nostra città dense di valore architettonico e sociale, ricordando e valorizzando, anche attraverso destinazioni d'uso innovative, il bagaglio storico-culturale di cui tali edifici sono ancora testimoni.

12/08/2015
Luca Zanon – Irene Cerruti - redazione@alessandrianews.it
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