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Opinioni

Seul, la capitale della sharing economy

Il sindaco, convinto che la condivisione costituisca un efficace antidoto alla crisi, ha dato il via a Seul Sharing City, un progetto tanto ambizioso quanto esemplare il cui obiettivo è quello di ampliare le strutture di condivisione, sostenere le imprese che fanno della condivisione il proprio business, investendo risorse pubbliche
OPINIONI - Secondo voi, qual è la capitale della sharing economy? San Francisco, Seattle, Stoccolma, magari? Ebbene, di sicuro non l’avreste immaginato, ma la città maggiormente titolata ad ottenere questo riconoscimento è Seul, che negli ultimi tre anni ha puntato tutto sull'economia della condivisione, e dove il comune eroga prestiti e promuove progetti ad alto tasso d’impegno sociale. Questo grazie alla politica del suo sindaco, Park-Won-soon, convinto che la condivisione non rappresenti un rischio per il futuro dell’economia, ma anzi costituisca un efficace antidoto alla crisi.

Per questo motivo dal 2012 ha dato il via a un progetto tanto ambizioso quanto esemplare, chiamato Seul Sharing City, il cui obiettivo è quello di ampliare le strutture di condivisione, sostenere le imprese che fanno della condivisione il proprio business, investendo risorse pubbliche: ma soprattutto vuole recuperare il senso di comunità perduto, “promuovendo valori sociali positivi”. L’amministrazione ha approvato ordinanze che mirano a creare un quadro legale favorevole e politiche che incoraggino la riuscita di imprese “collaborative”: in questi tre anni sono già nate 47 imprese, con una premessa molto chiara: “consumare senza possedere è possibile”.

La direttrice dell’organizzazione incaricata dall’amministrazione di avviare il programma, è convinta che la sharing economy possa offrire soluzione ad alcuni dei problemi che affliggono la società capitalistica governata da un consumismo esagerato : dalla crescente congestione del traffico all’inquinamento dell’ambiente, dalla carenza di alloggi al progressivo esaurirsi delle risorse naturali.

Il progetto Sharing City è una mossa per migliorare la vita dei cittadini attraverso la condivisione, ma alle stesso tempo è anche una strategia che mira ad ottimizzare le risorse della città riscoprendo la comunità. Non solo posti di lavoro e reddito, ambiente e riduzione dei consumi, ma soprattutto il recupero di relazioni basate sulla fiducia tra le persone. È questo forse l’obiettivo principale dell’amministrazione cittadina, infatti "the Sharing city non solo crea nuovi posti di lavoro, aumenta il reddito e utilizza in modo efficiente le risorse – dice il sindaco- ma riprodurrà le comunità che sono scomparse nel mondo moderno, a causa della rapida urbanizzazione e industrializzazione, utilizzando le tecnologie dell'informazione e servizi di social networking".

Certo è che con più di 10 milioni di persone che vivono nel raggio di 234 chilometri quadrati, Seul è in una buona posizione per dimostrare quali possono essere i benefici della sharing economy in una moderna metropoli. Non è solo una delle città più popolose al mondo, ma anche una delle meglio collegate: ha infatti una infrastruttura tecnica altamente sviluppata, un diffuso wi-fi pubblico e il 60% dei sudcoreani possiede uno smartphone. C’è però il rovescio della medaglia, il sovrappopolamento e un’urbanizzazione mal governata hanno portato alla carenza di alloggi, parcheggi, trasporti oltre che a un inquinamento e un consumo di risorse eccessivi. Problemi che si amplificano con una tale densità abitativa.

Tra le iniziative che hanno avuto via libera ve ne sono di molto originali, come Church Plus, che fa un inventario delle chiese poco usate e le offre a costo ridotto per cerimonie di ogni tipo, ma anche di più tradizionali, come Kiple che organizza la compravendita di vestiti usati per bambini, e Labour Sharing che mette in contatto gli utenti per scambiarsi lavoro. C’è anche un programma che mette in contatto studenti che cercano casa con anziani che vivono soli, a prezzi molto più bassi di quelli di mercato, un altro che organizza orti comunitari, un altro ancora che ricicla mobili usati, oltre alle imprese di car sharing.

Il programma Woozoo trasforma vecchie case in case condivise; Billi facilita lo scambio di beni inutilizzati, The Open Closet è una società che distribuisce vestiti ai giovani in cerca di lavoro, in modo che si presentino al meglio ai colloqui, mentre Living Art Creative Center è uno spazio creativo dedicato all’educazione dell’arte e della scrittura. Ma anche i pasti si posso condividere con la piattaforma Zipbob. Molto interessante è il modo in cui è organizzato il riciclo di abiti usati: i donatori non si limitano a consegnare i vestiti, ma per alcuni di essi accludono anche la storia di quei capi, raccontando come e dove li hanno utilizzati. Nella maggior parte dei casi sono storie di successo, che forniscono ispirazione e fiducia a quelli che li indossano successivamente, e qualcuno di loro decide anche di inviare una lettera al donatore.

La condivisione è il punto di partenza, ma lo scopo è la creazione di uno stile di vita governato dal buon senso e dalla solidarietà, e non dalle leggi di un mercato che troppe volte fonda la sua attività su raggiri occulti come l’obsolescenza programmata.
26/08/2015
Maria Grazia Caldirola - redazione@alessandrianews.it
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