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Cultura e Spettacolo

In libreria "Amianto" di Giampiero Rossi

Sabato 28 aprile è la giornata delle vittime dell'amianto. In un libro tutte le prove d'accusa contro l'Eternit. La prefazione è di Susanna Camusso
È uscito in libreria il 27 aprile
 Amianto 
processo alle fabbriche della morte
 di Giampiero Rossi, prefazione di Susanna Camusso (Melampo Editore).
Sabato 28 aprile è la giornata mondiale delle vittime dell'amianto: in questo libro tutte le prove d'accusa contro l'Eternit.



Migliaia di morti e decine di nuovi ammalati. Ancora oggi, a un quarto di secolo dalla chiusura della fabbrica maledetta, a Casale Monferrato l’amianto dell’Eternit continua a uccidere. Un dramma che ha attraversato generazioni e ha falcidiato una città. 
Finalmente, dopo decenni di lotte, i familiari delle vittime insieme a un pugno di caparbi sindacalisti, medici, avvocati e amministratori sono riusciti a ottenere giustizia: al termine dei due anni di dibattimento, gli eredi delle dinastie che hanno costruito le proprie fortune sull’amianto sono stati condannati a 16 anni di reclusione. Sono loro i responsabili della strage silenziosa. 
Una vicenda tormentata che non riguarda soltanto Casale, ma tutto il mondo. Perché la fibra-killer è ancora legale in molti paesi dove di amianto si continua a morire.
 Anche per questo sul “processo del secolo”, e sulla storica sentenza del 13 febbraio 2012 a Torino, si sono concentrate attenzioni internazionali. 
Ecco tutte le prove d’accusa contro i padroni dell’Eternit, quelle che hanno condotto al verdetto che ha reso giustizia ai quasi tremila morti e alle oltre seimila parti civili. Vittime, queste le parole del procuratore Raffaele Guariniello in aula, di “una tragedia immane”.

Giampiero Rossi
, giornalista, è caporedattore del settimanale A, dopo 17 anni da cronista de l’Unità e gli inizi al mensile Società civile. Ha pubblicato La lana della salamandra. La vera storia della strage dell’amianto a Casale Monferrato (Ediesse, 2008), tradotto in Brasile, Spagna, Messico e Francia, per il quale ha ottenuto il Premio Cronista Piero Passetti, e Il lavoro che ammala (Ediesse, 2010). Insieme a Simone Spina ha scritto Lo Spaccone. La vera storia di Umberto Bossi (Editori Riuniti, 2003) e I Boss di Chinatown. La mafia cinese in Italia (Melampo, 2008). Ed è autore, con Mario Portanova e Franco Stefanoni, di Mafia a Milano. Sessant’anni di affari e delitti (Melampo, 2011).
Dal capitolo Trent'anni dopo: colpevoli 

Le pagine del dispositivo della terza sezione penale del tribunale di Torino sono 125 e il presidente Casalbore le legge integralmente, tenendo tutti in piedi in silenzio (relativo, perché oggi è pressoché impossibile tenere davvero l’aula sotto controllo come al solito).
Uno per uno, vengono pronunciati 6.300 nomi: sono le parti civili che devono essere risarcite. E a ciascuno viene accostato il nome del congiunto scomparso. Ad ogni nome c’è qualcuno che sobbalza, ci sono nuove lacrime che sgorgano, mani che si stringono, labbra che si serrano. È una sfilata di fantasmi, di quelli che non ci sono più. Riecheggiano negli altoparlanti i nomi di Mario Pavesi, Piercarlo Busto, Renzo Pivetta, Luisa Minazzi, Luigi Giachero, Mario Caprari, Libera Blasotti, Gabriella Liedholm... Sono più di mille, questi poveri morti. Forse qualcuno se li immagina ancora, come quando poteva capitare di incontrarli per strada, in via Roma, al Ronzone o in piazza Castello. È come se un intero quartiere della città fosse stato cancellato e ora figura questa nuova anagrafe, letta da quel giudice con voce monocorde. E nell’ultimo mese sono stati almeno tre i funerali celebrati per quella stessa malattia. Sì, sempre la stessa, quella lì. Quindi l’elenco degli assenti, a Casale, si allunga. Forse è questa la lista che invocava la Romana questa mattina. Una dopo l’altra, quelle persone, ricevono l’atto di giustizia di essere dichiarate vittime di una condotta dolosa, deliberata, volontaria, di un calcolo preciso, cinico, orientato al profitto e che se n’è fregato della salute e della vita dei lavoratori e delle loro famiglie. Questo, in fin dei conti, sta scritto in quei due articoli del Codice penale.
28/04/2012
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