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Cinema

Il film degli Oscar: "Green Book"

Aiutare gli altri, essere gentili, chiedere scusa sono scelte che ci rendono quello che siamo. Non i nostri genitori, il colore della nostra pelle, quello che possediamo o le lauree che abbiamo. Piuttosto, quel che facciamo, soprattutto quando nessuno ci vede. il motivo per cui questo film tanto bello, commenta lattore Viggo Mortensen a proposito del film trionfatore nella notte degli Oscar 2019.
CINEMA - “Tu eri l’unico a poter scegliere se stare fuori o dentro”, fa notare Don Shirley (un Mahershala Ali di trasparente intensità e spessore, qui al suo secondo Oscar come miglior attore non protagonista dopo Moonlight di Barry Jenkins, 2016), pianista giamaicano di successo, un po’ sopra le righe, a Tony 'Lip' Vallelonga (Viggo Mortensen), buttafuori disoccupato italo-americano, tipica espressione del Bronx dove è nato e vive, con i suoi modi rudi, lo slang marcato, i pregiudizi razziali ben radicati e nascosti dietro la sfrontata sicurezza.

Sulle strade impastate di polvere e calore, in un lunghissimo viaggio on the road nell’America sudista variopinta e risuonante di assoli al pianoforte, percussioni, stridio di gomme sull’asfalto, cigolio di porte d’ingresso di locali provvisori che si possono trovare solo sulla strada (il titolo del film deriva da The Negro Motorist Green Book, la guida stradale che negli anni Sessanta indicava i rari alberghi aperti ai viaggiatori di colore, dove il contatto con l’uomo bianco era escluso), due esseri umani separati da una radicale diversità di carattere, storie di vite, percezione del mondo, imparano a conoscersi, vincendo stereotipi e pregiudizi.

Dall’Arkansas all’Alabama, attraversando Louisiana, Mississippi e Georgia, il ritratto che Peter Farrelly (l’autore in anni passati di commediole un po’ vacue come Tutti pazzi per Mary e Lo spaccacuori, spesso in coppia con il fratello Bobby) compone è quello di un’America dalle distanze geografiche sconfinate ma ben arroccata nelle sue roccaforti di pensiero, dentro le città rumorose, i paesini di una provincia repressiva e sotterraneamente violenta, i locali notturni fumosi, regno di una musica black and white incisiva e graffiante: un’America che si affaccia alla soglia di un decennio cruciale (siamo nel 1962) senza esserne pronta e nella più totale incoscienza.

Le battaglie per i diritti di Martin Luther King, la “nuova frontiera” kennediana, lo sbarco dell’uomo sulla Luna sono piste ancora indistinte: in questo buddy movie ben congegnato e sceneggiato, che sa esaltare al massimo tra script e ingegno visivo il duetto comico-drammatico tra due notevolissimi attori (evitando con intelligenza la deriva nella tipizzazione), la società americana è ancora quella della segregazione feroce, dell’estremismo violento del Ku Klux Klan, dell’incomprensione.

L’attore di origini danesi Viggo Mortensen, candidato all’Oscar come miglior attore protagonista per la sua interpretazione di Toni Vallelonga, descrive il film - ispirato alla vera storia del padre dello sceneggiatore Nick Vallelonga e vincitore di due statuette anche nelle categorie miglior film e migliore sceneggiatura originale - “come una bella storia del passato che può aiutarci a capire il presente. È un film davvero speciale, perché non ti dice cosa pensare, cosa ascoltare o vedere. Evita le lezioni, ma ci invita a seguirlo. E forse a riflettere su quanto sbagliate siano certe prime impressioni. Penso che storie così siano molto importanti in questo momento. A volte non è facile fare la cosa giusta. Per questo bisogna cogliere le opportunità che ti offre la vita, imparare certe lezioni. I piccoli gesti che facciamo sono importanti. Aiutare gli altri, essere gentili, chiedere scusa sono scelte che ci rendono quello che siamo. Non i nostri genitori, il colore della nostra pelle, quello che possediamo o le lauree che abbiamo. Piuttosto, è quel che facciamo, soprattutto quando nessuno ci vede. È il motivo per cui questo film è tanto bello”.

Se Mortensen gigioneggia (con qualche eccesso istrionico alla De Niro) nei panni di Vallelonga, accrescendo in alcuni passaggi la vis comica del film, Mahershala Ali si conferma come uno tra i più efficaci rappresentanti del cinema black contemporaneo, incarnazione simbolica ma umana di quel duro e doloroso cammino di rivendicazioni di cui in massima parte il cinema di un regista come Spike Lee (anche lui vincitore nella notte degli Oscar 2019 nella categoria miglior sceneggiatura non originale con il suo BlackKklansman) si è fatto portavoce negli ultimi decenni. Film d’attori e d’atmosfera, Green Book sembra rivestito, a tratti, di una guaina leggera: ma non ci si deve ingannare, il discorso sotteso è tutt’altro che frivolo, anche per gli evidenti riferimenti alla contemporaneità che una storia del genere è in grado di istituire.
Green Book
Peter Farrelly
Usa, 2018, 130'
Sceneggiatura: Peter Farrelly, Nick Vallelonga, Brian Hayes Currie
Fotografia: Sean Porter
Montaggio: Patrick J. Don Vito
Musica: Stu Goldberg, Kris Bowers

Cast: P.J. Byrne, Mahershala Ali, Linda Cardellini, Don Stark, Sebastian Maniscalco, Viggo Mortensen

Produzione: Amblin Partners, DreamWorks, Participant Media
Distribuzione: Eagle Pictures
2/03/2019
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